La nostra storia
www.noalnucleareinbasilicata.com
Questa storia è la nostra storia, realmente vissuta alla fine
del 2003, per protestare contro il deposito di scorie nucleari imposto
come un fulmine a ciel sereno in quel luogo, allora sconosciuto ai più,
chiamato Scanzano Jonico. Di quella protesta si é detto tutto ma
quella che ripercorreremo è la nostra personale protesta su internet
tramite la realizzazione del sito web www.noalnucleareinbasilicata.com.
A un anno di distanza vogliamo renderne omaggio pubblicando per la prima
volta il racconto di ciò che vivemmo in quei giorni.
Novembre 2003, pochi giorni dopo la strage di Nassirya: il governo decise
d'urgenza un luogo in cui trasferire immediatamente le scorie nucleari
italiane, scomoda eredità della nostra breve esperienza nucleare.
Sentii la notizia del decreto per radio, andando al lavoro. Erano circa
le 9:00 dil venerdì 14 novembre 2003, probabilmente ascoltavo Radio24.
Una notizia breve di pochi secondi in cui si annunciava sinteticamente
la scelta di Scanzano Jonico quale sito unico dove ubicare il "megadeposito
geologico nazionale di scorie". Pur non essendo lucano frequento
quei posti dal 1990 al punto di averli praticamente "sposati".
I miei figli sono romani, per metà lucani, e Scanzano Jonico dista
pochi Km dal paese d'origine di mia moglie, Pisticci (Mt). Non prestai
particolare attenzione alla notizia. Solo tornando a casa mi accorsi dell'impatto
che aveva avuto sui lucani.
Non solo mia moglie ma anche mio cognato stavano vivendo quel decreto
come una tragedia e una violenza profonda nei confronti della loro terra
e delle loro radici. Mi stupii della loro reazione e non la capivo. Entrambi
over trentenni, laureati da tempo e avviati alla professione nella scuola
e nel commercio. Ciò che mi colpiva di più era l'improvviso
attaccamento alla terra da cui erano letteralmente scappati, la Basilicata,
e che non perdevano occasione per criticare. Perché quella reazione?
Come detto non la capii ma pensai di doverli aiutare in qualche modo.
Ciò che li faceva stare peggio era l'impotenza di poter comunicare
il proprio dissenso. Decisi di costruire loro un sito web. Non mi costava
che pochi euro, giusto il costo per registrare un dominio e in quel modo
avrei dato loro la sensazione di fare qualcosa. Certo non avrei mai immaginato
quel che poi sarebbe accaduto nei giorni seguenti. Pensavo di realizzare
un sito web per aiutare due persone a me care ma, indirettamente, mi ritrovai
mio malgrado ad aiutarne migliaia.
Lavando i piatti del pranzo appena consumato scegliemmo il nome del sito,
indecisi tra murolucano.com e noalnucleareinbasilicata.com. Col primo
si voleva far percepire la fermezza del dissenso (giocando anche sul nome
reale di un altro paese lucano), il secondo si riallacciava allo storico
slogan antinuclearista degli anni '80. Nessuno di noi era antinuclearista
(mia moglie ricordava soltanto i murales delle proteste antinucleari a
Rotondella e Policoro risalenti a molti anni addietro e che avevano come
obiettivo la sede Enea della Trisaia, all'epoca Cnen). Durante il black-out
energetico nel settembre 2003 arrivai addirittura a pensare che un ritorno
al nucleare in fin dei conti fosse necessario. Alla fine scegliemmo il
nome che più ci convinceva, www.noalnucleareinbasilicata.com, e
lo registrammo immediatamente come dominio .com (il .it avrebbe richiesto
troppo tempo e lungaggini prima di essere attivo) e uscimmo a fare la
consueta spesa settimanale.

Alle 15:00 di quel venerdì 14 novembre era nato noalnucleareinbasilicata,
un sito che in sole due settimane e senza alcuna forma di pubblicità
ospitò circa 300.000 visitatori unici, decine di migliaia di email
e fece sottoscrivere una petizione giunta a 22.200 firme online. A questa
storia dedicheremo su ecoage il nostro racconto sperando di suscitare
l'interesse del lettore nei riguardi di una vicenda che ha segnato profondamente
noi e la storia stessa di quella regione ancora oggi semisconosciuta per
molti connazionali qual è la Basilicata. Da allora la Basilicata
vive in uno stato di all'erta perenne e non pare voglia più subire
il destino di regione sfruttata per le sue risorse (il petrolio della
val d'Agri, per es.) senza capire quali benefici reali possa trarre dal
suo stesso sfruttamento (come spesse volte è accaduto in passato
con l'Eni e i giacimenti di metano) e quali danni ulteriori, d'altra parte,
potrebbero derivarne per l'ambiente già pesantemente segnato dagli
scheletri delle "cattedrali nel deserto" della Val Basento e
dai loro veleni.
continua...
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